Le Benevole
di Jonathan Littell

Il brano che segue è tratto dal primo capitolo del romanzo, una sorta di introduzione, un accenno a agli avvenimenti narrati nelle oltre 900 pagine del libro.

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Stralcio dal lbro scelto da Patrizia Marchesini

Qualche tempo fa mia moglie ha portato a casa un gatto nero, pensando senz'altro di farmi piacere. Ovviamente non aveva chiesto il mio parere. Doveva sospettare che avrei decisamente rifiutato, era più sicuro mettermi di fronte al fatto compiuto. E una volta a casa, niente da fare, i bambini avrebbero pianto, ecc. ecc. Però quel gatto era indisponente. Quando cercavo di accarezzarlo, per dimostrare la mia buona volontà, schizzava a sedersi sul davanzale e mi fissava con i suoi occhi gialli; se cercavo di prenderlo in braccio, mi graffiava. Di notte, invece, veniva ad acciambellarsi sul mio petto, una massa soffocante, e dormendo sognavo di soffocare sotto un mucchio di pietre. Con i miei ricordi è stata un po' la stessa cosa. […]

Indovino cosa pensate: Ecco un uomo davvero malvagio, vi state dicendo, un uomo perfido, insomma, un farabutto sotto tutti gli aspetti, che dovrebbe marcire in prigione invece di affliggerci con la sua confusa filosofia da ex fascista pentito a metà. […]

I filosofi politici hanno spesso fatto osservare che in tempo di guerra il cittadino, maschio perlomeno, perde uno dei suoi diritti più elementari, il diritto di vivere, e questo a partire dalla Rivoluzione Francese e dall'invenzione della leva obbligatoria, principio ora universalmente ammesso, o quasi. Ma hanno raramente notato che questo cittadino perde al tempo stesso un altro diritto, altrettanto elementare e forse per lui ancor più vitale, per quanto riguarda l'idea che si fa di se stesso come uomo civilizzato: il diritto di non uccidere. Nessuno chiede il tuo parere. L'uomo in piedi sopra la fossa comune, nella maggior parte dei casi, non ha chiesto di trovarsi lì, proprio come chi giace, morto o morente, in fondo a quella medesima fossa. Mi obietterete che uccidere un altro soldato in battaglia non è lo stesso che uccidere un civile disarmato; le leggi della guerra permettono la prima cosa, ma non la seconda; e così pure la morale comune. Un buon argomento in astratto, certo, ma che non tiene assolutamente conto delle condizioni del conflitto in questione. La distinzione del tutto arbitraria stabilita fra le “operazioni militari” da una parte, equivalenti a quelle di qualunque altro conflitto, e le “atrocità” dall'altra, perpetrate da una minoranza di sadici e di pazzi è, come spero di dimostrare, un fantasma consolatorio dei vincitori – vincitori occidentali, dovrei precisare, perché i Sovietici, nonostante la loro retorica, hanno sempre capito di che cosa si trattasse: dopo il maggio 1945, e dopo le prime pantomime per fare un po' di scena, Stalin se ne fregava totalmente di un'illusoria “giustizia”, voleva roba solida, roba concreta, schiavi e macchine per rialzare la testa e ricostruire, non rimorsi e lamentazioni, poiché sapeva bene quanto noi che i defunti non sentono i pianti e che i rimorsi non sono mai serviti ad arricchire la zuppa. Non difendo il Befehlsnotstand, l'obbligo di obbedire agli ordini tanto apprezzato dai nostri bravi avvocati tedeschi. Ciò che ho fatto, l'ho fatto con piena cognizione di causa, pensando che si trattasse del mio dovere e che dovesse essere fatto, per quanto sgradevole e increscioso fosse. La guerra totale è anche questo: il civile non esiste più, e tra il bambino ebreo gasato o fucilato e il bambino tedesco morto sotto le bombe incendiarie c'è soltanto una differenza di strumenti; quelle due morti erano altrettanto inutili, nessuna delle due ha abbreviato la guerra, neppure di un secondo; ma in entrambi i casi l'uomo o gli uomini che li hanno uccisi credevano che fosse giusto e necessario; se hanno avuto torto, a chi dare la colpa? […]

Chi dunque è colpevole? Tutti o nessuno? Perché l'operaio addetto al gas sarebbe più colpevole dell'operaio addetto alle caldaie, al giardino, ai veicoli? Lo stesso vale per tutte le sfaccettature di quell'immensa impresa. Chi manovra gli scambi della ferrovia, per esempio, è forse colpevole della morte degli ebrei che ha avviato verso un campo di concentramento? Quell'operaio è un funzionario, fa lo stesso lavoro da vent'anni, convoglia i treni in base a un piano, non è tenuto a sapere che cosa contengono. Non è colpa sua se quegli ebrei sono trasportati da un punto A, attraverso il suo scambio, a un punto B, dove vengono uccisi. Eppure quell'operaio svolge un ruolo cruciale nel lavoro di sterminio: senza di lui il treno di ebrei non può giungere al punto B. Lo stesso vale per il funzionario incaricato di requisire appartamenti per i senzatetto vittime dei bombardamenti, per il tipografo che prepara gli avvisi di deportazione, per il fornitore che vende cemento o filo spinato alle SS, […] e per Dio, lassù, che permette tutto questo. Ovviamente si possono definire livelli di responsabilità penale relativamente precisi, che permettano di condannare certuni e di lasciare tutti gli altri alla loro coscienza, sempre che ne abbiano una; è tanto più facile quando si redigono le leggi dopo i fatti, come a Norimberga. Ma anche in quel caso ci si è mossi un po' a casaccio. […]

Ancora una volta, siamo chiari: non cerco di dire che non sono colpevole di questo o di quel fatto. Io sono colpevole, voi non lo siete, mi sta bene. Ma dovreste comunque essere capaci di dire a voi stessi che ciò che ho fatto io, l'avreste fatto anche voi. Forse con meno zelo, ma forse anche con meno disperazione, comunque in un modo o nell'altro. […] Se siete nati in un paese o in un'epoca in cui non solo nessuno viene a uccidervi la moglie o i figli, ma nessuno viene nemmeno a chiedervi di uccidere la moglie e i figli degli altri, ringraziate Dio e andate in pace. Ma tenete sempre a mente questa considerazione: forse avete avuto più fortuna di me, ma non siete migliori. Perché se avete l'arroganza di pensarlo, qui incomincia il pericolo. […]

Quelli che uccidono sono uomini, come quelli che vengono uccisi, è questa la cosa terribile. Non potete mai dire: “Non ucciderò”, è impossibile, tutt'al più potete dire: “Spero di non uccidere”. Anch'io lo speravo, anch'io volevo vivere una vita buona e utile, essere un uomo fra gli uomini, uguale agli altri, anch'io volevo aggiungere la mia pietra all'edificio comune. Ma la mia speranza è stata delusa, e si sono serviti della mia sincerità per compiere un'opera che si è rivelata malvagia e perversa, e io ho varcato le cupe frontiere , e tutto quel male è entrato nella mia vita, e nulla di tutto ciò potrà mai essere riparato, mai. Nemmeno le parole servono a qualcosa, scompaiono come l'acqua nella sabbia, e quella sabbia mi riempie la bocca.

Altro capitolo. Kharkov, Ucraina. Aue, il protagonista, entra nell'ufficio di un ufficiale superiore, il colonnello Blobel, per consegnare un rapporto.

Un giorno, ai primi di gennaio, entrai nel suo ufficio per consegnargli un rapporto di Woytinek. Senza salutarmi, mi gettò un foglio di carta: “Guardi questa porcata”. Era ubriaco, pallido di rabbia. Presi il foglio: era un ordine del generale von Manstein, il comandante dell' 11 a armata, in Crimea. “Me l'ha trasmesso il suo capo, Ohlendorf. Legga, legga. Vede, lì in basso? È disonorevole che gli ufficiali assistano alle esecuzioni degli ebrei. Disonorevole! Stronzi. Come se quello che fanno loro fosse onorevole… come se trattassero i loro prigionieri con onore ! Ho fatto la Grande Guerra, io. Durante la Grande Guerra ci si occupava dei prigionieri, gli si dava da mangiare, non li si lasciava crepare di fame come bestie”. Sulla tavola c'era una bottiglia di schnaps; riempì il bicchiere e lo buttò giù d'un fiato. Ero sempre in piedi di fronte alla sua scrivania, non dicevo niente. “Come se tutti noi non prendessimo ordini dalla stessa fonte… Quei bastardi. Vogliono conservarsi le mani pulite, quei piccoli schifosi della Wehrmacht. Vogliono lasciare a noi il lavoro sporco”. Si esaltava, il volto gli diventava paonazzo. “Quei cani. Vogliono poter dire, dopo: «Ah no, con gli orrori noi non c'entriamo. Erano loro, quegli altri là, gli assassini delle SS. Noialtri non abbiamo niente a che vedere con quelle cose. Noialtri ci siamo battuti come soldati, con onore». Ma chi è che ha conquistato tutte quelle città che noi ripuliamo? Eh? Chi è che proteggiamo, noi, quando eliminiamo i partigiani e gli ebrei e tutta la feccia? Crede che si lamentino? Ce lo chiedono loro!” Gridava talmente che sputacchiava. “Quel porco di Manstein, quell'ipocrita, quel mezzo giudeo che insegna al suo cane ad alzare la zampa quando sente «Heil Hitler» e fa appendere dietro alla sua scrivania, me l'ha detto Ohlendorf, un cartello con la scritta: Ma che ne direbbe il Führer? Ecco, appunto, che ne direbbe, il nostro Führer? Che ne direbbe, quando l'AOK 11 (Stato Maggiore dell'11 a armata) chiede alla sua Einsatzgruppe (gruppo operativo delle SS, incaricato di assolvere ai compiti di sicurezza più urgenti) di liquidare tutti gli ebrei di Simferopol prima di Natale perché gli ufficiali possano passare le feste judenfrei (territorio libero da ebrei)? E poi vanno a promulgare dei pezzi di carta sull'onore della Wehrmacht. Porci. Chi è che firmato il Kommissarbefehl (ordine che obbligava l'uccisione dei commissari politici sovietici e degli ebrei catturati)? Chi è stato? Il Reichsführer, forse?” Si fermò per riprendere fiato e bere un altro bicchiere; gli andò di traverso, si strozzò, tossì. “E se va a finir male, scaricheranno tutto sulle nostre spalle. Tutto. Ne usciranno belli puliti, tutti eleganti, sventolando della carta da culo come questa – mi aveva strappato di mano il foglio e lo agitava per aria – e dicendo: «No, non siamo stati noi ad ammazzare gli ebrei, i commissari, gli zingari, possiamo dimostrarlo, vedete, non eravamo d'accordo, è tutta colpa del Führer e delle SS»…” La voce si faceva lamentosa. “Porca puttana, anche se vinciamo, ce lo metteranno in culo. Perché mi ascolti, Aue, mi ascolti bene – adesso sussurrava quasi, la voce era rauca – un giorno tutto questo verrà fuori. Tutto. C'è gente che sa, troppi testimoni. E quando verrà fuori, che abbiamo vinto o perso la guerra, farà rumore, sarà uno scandalo. Si pretenderanno delle teste. E saranno le nostre teste che verranno servite alla folla mentre tutti i Prusso-giudei come von Manstein, tutti i von Rundstedt e i von Brauchitsch e i von Kluge torneranno ai loro comodi von manieri e scriveranno le loro von memorie, dandosi a vicenda pacche sulle spalle per essere stati dei von soldati così decorosi e onorevoli. E noi finiremo nella spazzatura. […] Le nostre teste su un vassoio, e loro con le loro manine bianche tutte pulite ed eleganti, ben curate, non una goccia di sangue. Come se nessuno di loro avesse mai firmato un ordine di esecuzione. Come se nessuno di loro avesse mai teso il braccio gridando «Heil Hitler!» quando gli si parlava di uccidere gli ebrei. […]