Mille900quaranta3
di Patrizia Marchesini

     
Questo racconto ci riporta alle marce del Davaj (avanti), esortazione ossessiva che i russi di scorta (militari o partigiani che fossero) gridavano ai soldati in cammino verso i campi di prigionia. In un testo così breve si concentra tutta l’assurdità dell’uomo contro uomo in periodo di guerra: chi restava indietro veniva inesorabilmente abbattuto.

Il racconto è stato scritto per il progetto “Modica Quantità di Anonima Scrittori” e pubblicato sul sito www.anonimascrittori.it. L'illustrazione è di Omar Di Leonardo.
 
 

illustrazione di Omar Di Leonardo
di Patrizia Marchesini
"Ciassì, ciassì..."
Vuole l'orologio, è sempre la prima cosa che chiedono. Remo guarda il ragazzo, avrà sì e no sedici o diciassette anni, e l'arma che gli punta contro sembra spropositata, un'appendice oscena.
Gli occhi, stretti a tenere fuori il gelo, sono astiosi. Fissano l'italiano e la sua barba piena di brina.
Remo scosta la coperta militare. Gli è rimasta solo quella, il pastrano gliel'hanno preso durante una perquisizione precedente, insieme al moschetto, all'orologio, alle calze di riserva e al mozzicone di matita.
Allunga i polsi, nudi e vuoti, affinché il russo possa rendersi conto che non ha quello che cerca, e subito il freddo, avido, si avvinghia alla sua pelle.
Il ragazzo non è convinto, le sue mani frugano sgarbate e metodiche, poi lo spintonano. Remo barcolla sulla neve, ma non cade. Lo hanno catturato il 27 gennaio 1943, insieme al tenente Bertossi e a qualche altro artigliere della batteria. Sono passati quattro giorni, o cinque?
Remo sa solo che da allora non ha mangiato più niente, ha camminato e basta.
"Davai", ripetono, "Davai". Per chi, come l'artigliere Varroni, non ce la fa a proseguire e rimane troppo indietro, c'è una raffica di parabellum.
I soldati russi di scorta alla loro colonna di prigionieri sono spariti quasi subito. Al loro posto partigiani, spesso ragazzi e ragazze giovanissimi, per contrasto ancora più fanatici e incattiviti degli adulti.
La scorta cambia di frequente, e ogni volta si ripete il rituale della perquisizione, come oggi.
Remo non ha più niente, eccetto quella coperta ruvida e le lettere e la foto della Tilde, che è riuscito a salvare non sa neanche lui come.
Vuole guardarla, la sua Tilde con i capelli di rame antico. Solo per un attimo, solo per convincersi che tornerà a casa, da lei, quando tutto sarà finito.
Il calcio del parabellum sulla spalla, un dolore acuto, la foto cade sulla neve calpestata.
Il giovane partigiano sputa parole che Remo non comprende quasi per niente. È arrivato solo da sei settimane e la lingua russa è ancora parecchio misteriosa per lui, a parte alcune semplici frasi.
I prigionieri, lenti, si incamminano ancora una volta.
Remo è in coda alla colonna; fatti pochi passi, si gira, vede quel rettangolino sulla neve.
Tilde.
Sa che è imprudente. Non pensarci.
Una raffica. Un altro fagotto che la neve presto ricoprirà.