Intervista ad Antonio Gentile
di Achille Omar Di Leonardo
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Le note a fondo pagina e la revisione del testo sono a cura di Patrizia Marchesini


"Non c'è nessuna bravura né un merito speciale per essere tornati vivi dalla Russia, è solo una questione di fortuna e nulla di più."

L'incontro con il signor Antonio è avvenuto per caso tra i monti del Parco Nazionale d'Abruzzo nel suo paese di residenza, Pescasseroli, in provincia di L'Aquila.
Portaferiti del battaglione L'Aquila, inserito nella divisione Julia, ha passato la maggior parte della sua giovinezza in guerra, tra l'Albania, la Grecia e, per finire, la Russia. Senza considerare la situazione che ha dovuto affrontare al suo ritorno in Italia con l'occupazione tedesca. Parlando con un soldato, con un alpino, si ha la percezione che le distanze tra gli interlocutori si accorcino. Si entra nelle vicende in maniera più viva e diretta perché chi ha affrontato veramente la guerra, chi l'ha guardata insistentemente negli occhi non ha mezzi termini, non ha motivo né voglia di mediare. I racconti sono diretti e traspare una saggia praticità, un senso umano delle cose proprio della gente di provincia e di chi ha sperimentato la vita nel "fare", attraverso le mani, per mezzo di gesti concreti senza troppe sovrastrutture. Ed è in questo modo che la storia ci viene restituita: con semplicità e modestia mista a pacata rassegnazione, passando quotidianamente e forzatamente attraverso la sofferenza altrui e imparando da questa a crescere e ad apprezzare la propria condizione.
Le vicende sono mitigate dal tempo e vengono centellinate e raccontate con pudore: i toni sono smorzati e i ricordi rimangono legati agli avvenimenti più importanti o comunque decisivi. I nomi sono svaniti dalla memoria, segno di un processo di rimozione inconsapevole ma del tutto comprensibile. Gli anni del signor Antonio sono ben 95 (classe 1913), portati benissimo con una lucidità che impressiona. A guardarlo negli occhi si stenta a credere che abbia sulle spalle tutti quei lustri. L'esperienza della guerra in Russia è indubbiamente il periodo più tragico della sua lunga permanenza al fronte. Agli anni passati in Albania e in Grecia dedica degli accenni fugaci. Un segno evidente delle condizioni estreme in cui i nostri soldati furono costretti ad affrontare la guerra nelle vallate dell'Ucraina russa, soprattutto nella ritirata, tra la morsa del freddo, il timore del congelamento, l'ossessione di essere fatti prigionieri e la paura dei bombardamenti aerei. Un solo rancore aleggia nei suoi racconti ed è quello verso i tedeschi, camerati prepotenti e arroganti, privi di ogni pietà.
Un alpino guarda sempre in faccia la realtà e non si sente un eroe o il primo della classe per essere riuscito a tornare a casa. Con estrema onestà, prima di tutto verso se stesso, ci tiene a sottolineare “Non c'è nessuna bravura né un merito speciale per essere tornati vivi dalla Russia, è solo una questione di fortuna e nulla di più.".

Per la sua disponibilità e per il suo contributo ringrazio di cuore il signor Antonio Gentile e la sua famiglia per avermi concesso questa intervista.

Achille Omar Di Leonardo

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NB. Vengono inserite delle note nel testo per integrare l'intervista e correggere incongruenze relative alle date, ai periodi e alla succesione degli eventi. Le integrazioni sono state apportate da Patrizia Marchesini.

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Pescasseroli 5 gennaio 2008

Ha voglia di raccontare la sua esperienza di guerra in Russia?
Raccontare la mia esperienza in Russia è molto difficile, sono nato nel 1913. Sono partito militare a vent'anni. A quei tempi il servizio di leva prevedeva 18 mesi di naia, ma lo scoppio della guerra fece sì che ci trattenessero; eravamo in Jugoslavia a Turkmin (?), ci trattennero per complessivi due anni, poi avemmo un mese di licenza.

Per tornare a Pescasseroli?
Sì, ma poi ci richiamarono un'altra volta.

Per ripartire?
Sì, per l'Africa. Solo che io non fui destinato a quella campagna. Sarebbe stato meglio che io ci fossi andato. Io, invece, fui trasferito in Albania dove trascorremmo circa otto mesi dopo i quali ci diedero ancora un mese di licenza e in seguito ripartimmo ancora per la Grecia. (1)

Dal modo in cui racconta la sua esperienza in queste due campagne sembrerebbe quasi che la guerra in Albania e la guerra in Grecia fossero passate senza azioni di guerra, senza troppe difficoltà, ma immagino che non sia stato così.
Certo, le azioni furono durissime. Dopo un anno in Grecia avemmo di nuovo un mese di licenza e poi ci inviarono in Russia.

Quindi gli anni passati in guerra sono stati molti.
Otto anni! Quando tornammo la guerra non era finita, con l'occupazione dei tedeschi era cominciata anche in Italia.

Si ricorda quando è tornato in Italia?
Verso agosto. (2)

Dell'Albania cosa si ricorda?
Eravamo in posizione sulle montagne, facemmo azioni di guerra, eravamo nell'artiglieria alpina.

Qual era il suo compito?
Ero portaferiti.

Quindi ne ha viste tante!
Sì. Facevo il portaferiti, era inevitabile.

Ha fatto sempre il portaferiti?
Per la verità io ero un musicante. Eravamo in due, due trombettieri addetti a suonare il “Silenzio” e le varie altre musiche per la truppa. A un certo punto si prospettò la partenza per l'Africa, serviva un trombettiere. Allora chiesero chi di noi due volesse partire. Il mio compagno si fece avanti e partì mentre io rimasi.

Come siete rientrati dall'Albania?
Si poteva rientrare in due modi, sia per mare che per terra, ma la prima nave che partì fu affondata (si tratta della nave Galilea silurata il 28 marzo 1942 che causò la morte di un migliaio di alpini del battaglione Gemona ndr.) per cui non ci fecero più imbarcare e dovemmo rientrare con la tradotta via terra. Tornati in Italia passammo, come già detto, un mese di licenza dopo il quale ripartimmo per la Grecia.

Che differenza ha riscontrato nel fare la guerra in Albania e in Grecia rispetto alla guerra fatta in Russia?
Sia in Albania che in Grecia passammo inverni duri soffrendo il freddo, ma la guerra in Russia era terribile in tutto: rispetto all'Albania e alla Grecia lì "era la fine del mondo".

Quando è partito per la Russia?
Nel mese di agosto del 1942 insieme alle divisioni alpine. Io ero nella divisione Julia, del battaglione L'Aquila, composto di tre compagnie. (3)

Quanti soldati eravate nel battaglione?
Ogni compagnia era composta di circa 380 soldati quindi potevamo essere un battaglione di 1140, 1200 soldati. La tradotta era lunghissima. Eravamo mischiati: artiglieri insieme agli altri soldati. (4)

Quanto è durato il viaggio?
14 giorni.

Come eravate sistemati all'interno dei vagoni, dei carri?
Eravamo in piedi e a terra c'era solo della paglia. Lo zaino in dotazione ci faceva da cuscino per dormire.

Per mangiare?
Consumavamo il rancio nei vagoni addetti alla distribuzione dei pasti. A volte si faceva sosta altre volte non ci si fermava.

Le artiglierie dove viaggiavano?
Viaggiavano insieme a noi in scomparti appositi, viaggiavano insieme a tutto il corpo d'armata della Julia.

Che "aria" si respirava all'interno dei vagoni tra voi soldati, avevate paura?
Avevamo già fatto la guerra. Eravamo quasi abituati, conoscevamo già la guerra, il “sangue non c'era più”.

Quando faccio questa domanda ai reduci che partirono per la prima volta per fare la guerra, di solito rispondono dicendo che erano quasi contenti di andare in Russia e di visitare posti sconosciuti. Quelli come voi, che avevano invece già fatto la guerra, sentivano evidentemente un altro spirito e vivevano quel “viaggio” con meno entusiasmo, è così?
Sì, per noi era così. Non avevamo nessun entusiasmo di andare a combattere!

Si ricorda i paesi che avete attraversato e il momento in cui siete arrivati?
La tradotta attraversava lunghe distese di territorio, grandi appezzamenti di terreno, un paesaggio sempre uguale coltivato a grano, credo, ma di gente non se ne vedeva. Quando siamo arrivati ci siamo accampati, il paesaggio era monotono. Non è che ci fosse molto da vedere, non c'erano grandi agglomerati di case o paesi particolari. Ad agosto la temperatura era così così. Il giorno si stava bene, ma la notte la temperatura scendeva.

Nelle stazioni non incontravate nessuno?
Nelle stazioni non potevamo scendere.

In 14 giorni non siete scesi mai nelle stazioni?
Mai! Nelle campagne ci si fermava sì, ma per fare i bisogni.

Nelle tradotte quindi non potevate? Non erano attrezzate per i servizi igienici?
No. Li facevamo fuori quando ci si fermava, dovevamo trattenere.

Nemmeno una stufetta come raccontano tanti ufficiali al centro del vagone?
Eh! (Sorriso ironico) No, quali stufette? Magari ne avessimo avute!

Quindi niente stufette, siccome eravate alpini eravate temprati al freddo, potevate farne a meno.
Ma la tragedia del freddo c'è stata dopo. Normalmente eravamo accampati nelle campagne e quando cominciammo ad avvicinarci alle zone di combattimento iniziarono le prime nevicate. L'inverno, dopo due mesi di cammino, cominciava a farsi sentire.

Quanti giorni avete marciato?
Una quindicina di giorni con tappe giornaliere. La guerra in Russia, quella vera per noi cominciò il 14 febbraio 1943. (5)

Quindi prima di quella data voi non avete fatto azioni di guerra?
No, aspettavamo che tutti i battaglioni si riunissero. Eravamo fermi in posizione. Quando arrivò la neve ci fecero scavare i bunker sotterranei e le trincee, coperti con la paglia e i rami degli alberi. In quelle occasioni bisognava fare la guardia. Per il freddo eravamo costretti a fare ginnastica per impedire che ci si congelassero i piedi, eravamo tutti incappucciati.

L'equipaggiamento com'era? Cosa avevate in dotazione?
Era una schifezza! Avevamo le scarpe da “casermacce”!

Com'erano queste scarpe? Avevate i cappotti?
Erano scarpe normali e non avevamo cappotti, ma una mantellina.

Maglie di lana?
La maglia di lana me l'aveva data mia madre altrimenti nulla, non c'erano. Passammo un paio di mesi sul Don, dove si susseguivano le attraversate del fiume gelato da una parte all'altra. Tutte le notti si sentiva il fuoco dell'artiglieria russa, la katiuscia faceva un fischio tremendo e quando cadeva una katiuscia, su un raggio di duecento metri, faceva un macello: la terra tremava. Quando cadevano queste bombe, subito dopo, il nostro cappellano, di cui non ricordo il nome (6), ci requisiva per il rastrellamento dei feriti e dei morti. Sul Don rimanemmo per un mese con una percezione di incertezza dovuta alla sensazione di un'impellente sfondamento russo.

Quindi era un continuo scontro con i russi che passavano dalla vostra parte e che dovevate ricacciare.
Era un trambusto tutte le notti, noi da una parte e loro dall'altra.

Insieme a voi del battaglione L'Aquila quale altro battaglione o divisione c'era?
C'era tutta la divisione Julia insieme ai tedeschi, il Vicenza, tutti (7). Il 14 di febbraio 1943 (8) i russi sono avanzati e hanno cominciato a buttarci indietro. Il fatto è che se l'America non fosse entrata con i suoi aiuti di armamenti alla Russia, l'Italia avrebbe potuto sfondare la linea russa.

Ma dello sfondamento avvenuto a dicembre 1942 voi sapevate nulla?
Noi non sapevamo nulla, ci siamo solo accorti di essere rimasti soli. I tedeschi furono furbi, quando “videro la mala parata”(*) (quando si resero conto che le cose volgevano al peggio ndr) ci lasciarono lì e loro si ritirarono per tempo senza dirci nulla. Rimanemmo con i rumeni, con i bulgari (più probabilmente leggere "ungheresi" ndr.), eravamo tutti mischiati e non si capiva più nulla, regnava il caos. Quando i russi sfondarono le linee, il loro avanzamento fece molti morti. Questo ci costrinse alla ritirata. Così cominciammo pian piano il ripiegamento attraverso “le malghe” (le isbe). La cosa impressionante che ricordo sono gli aerei che, senza abbassarsi, buttavano bombe sulla lunga colonna di soldati in ritirata. Se le bombe cadevano dietro di noi non ci si accorgeva dei disastri ma se le bombe ti cadevano davanti si era costretti a passare sopra i cadaveri dei soldati abbattuti dalle bombe. Si camminava ininterrottamente, per 15 giorni, affrontando anche le angherie dei carri armati russi che mitragliavano sulla folla e poi sparivano nel nulla. In quei momenti non si pensava nemmeno più alla morte, ci si era assuefatti alla morte degli altri.

L'unica cosa che vi era rimasta era la forza di volontà.
C'era rimasta solo quella, altrimenti non sarei riuscito a tornare. Nella ritirata c'erano le slitte, io mi ero organizzato con altri con una di quelle, anche se io non mi ci sono messo mai sopra, camminavo sempre a piedi. Avevo visto troppi compagni che, in sella a un cavallo, dopo una mezz'ora perdevano la sensibilità ai piedi che congelavano. Avevamo tutti la barba lunga che era ricoperta di alito congelato.

Come si procedeva nella ritirata? Lei era un portaferiti. In quelle condizioni avevate perso i vostri ruoli?
Non c'erano nemmeno più gli ufficiali, non c'era più nessuno che ti comandava. Gli ufficiali, che erano un po' abituati alla comodità, sono stati i primi a scomparire. (9) Con noi era rimasto un tenente delle salmerie, ma ormai non gestiva più nulla. Ognuno pensava a se stesso, non si programmava più nulla: c'era chi si fermava, chi proseguiva, chi andava in una direzione, chi in un'altra. C'era rimasta, a chi l'aveva ancora, la volontà di camminare e di credere che ci sarebbe stata un'uscita dalla sacca.

Per sopravvivere alla fame?
Ci si arrangiava, mangiavamo gli animali che raramente trovavamo lungo il cammino. Una volta trovammo un bidone con il quale ci facemmo una specie di fornello, altre volte ci si fermava nelle isbe nella speranza di trovare qualcosa da mangiare. Spesso mangiavamo i cavalli che morivano, si cominciava a staccare pezzi dall'animale congelato partendo dalla parte posteriore, ognuno prelevava un pezzo. C'era chi tentava di cucinarlo, chi invece lo mangiava crudo. La carne congelata sembrava un prosciutto e in molti la mangiavano senza cucinarla ma questo provocava diarrea e quelli che avevano mangiato la carne congelata rimanevano lì. Bisognava stare molto attenti anche a quello che si mangiava. Nelle isbe si trovavano solo gli anziani. Noi entravamo in quei “tuguri” per due o tre ore, giusto il tempo di riposare, poi riprendevamo la frenetica marcia. Avevamo ormai capito che nelle isbe con il pavimento di legno, tra una trave e l'altra, la gente aveva messo la paglia dove vi custodiva patate secche. Aver scoperto questa consuetudine ci ha permesso di poterci sfamare per poter proseguire nella ritirata. Quei vecchi, anche se non comprendevamo la loro lingua, ci facevano capire di lasciare anche a loro del cibo per poter sopravvivere a loro volta. Noi italiani ci impietosivamo, lasciavamo loro una parte del cibo ma i tedeschi non lasciavano nulla.

Com'era il rapporto con i tedeschi?
Erano farabutti incoscienti. Quando facevo il portaferiti mi capitò che un soldato russo era stato ferito da schegge di una bomba e si dimenava e lamentava per il dolore. Il mio tenente mi suggerì di portarmi verso di lui per cercare di confortarlo e tentare di fare qualcosa. Ogni soldato russo aveva un pacchetto di medicazione in dotazione, io tentai di medicarlo con quello. Mentre stavo procedendo nella medicazione, sentii l'urlo di un soldato tedesco che non mi diede nemmeno il tempo di realizzare: sparò contro il soldato russo e lo uccise e quasi non ammazzò anche me. I tedeschi erano senza cuore, se in un'isba c'era un soldato tedesco non permettevano ad altri di entrare. Quando capimmo il loro vile comportamento ci organizzammo e da quel momento cominciarono a prendere anche le botte. I tedeschi quando non hanno il comando sono uguali a zero. Sono paglia, tutti bambocci. I rumeni invece erano più dolci, erano come noi.

La guerra porta tanta sofferenza e tante situazioni in cui gli uomini, pur essendo amici, sono spesso l'uno contro l'altro specie in queste circostanze estreme. Ma ci sono episodi di solidarietà che si ricorda, gesti di bontà tra gli uomini siano essi amici o “nemici”?
No! Non ricordo gesti di particolare bontà anche se posso dire che i russi erano brava gente. Loro piangevano nel vederci in quelle condizioni, i loro figli erano in guerra contro di noi, e in quel momento, stranamente, rappresentavamo quei figli lontani da casa.

Come vi difendevate dagli attacchi dei russi?
In quei giorni proveniva dall'Italia la divisione Tridentina che non aveva fatto in tempo a raggiungere la linea del fronte (10) a causa dello sfondamento, la divisione ci fece da scorta e da apripista posizionandosi in assetto di guerra. Noi la seguivamo nelle varie tappe di azioni difensive attendendo passivamente la fine degli spari dell'artiglieria che la divisione doveva affrontare lungo il cammino. Noi non avevamo più nessun fucile, non avevamo più nulla.

Avevate buttato già tutto?
Quando era cominciata la ritirata, con la neve che impediva ormai il cammino, ci consigliarono di alleggerire il carico e, mano mano che la ritirata proseguiva, ci ritrovammo senza nulla. A me era rimasto solo un piccolo tascapane, una piccola borsa, dove avevo lasciato del vestiario che mi aveva dato mia madre. Una volta mi salvai per questo. Ci fermammo una notte, io insieme ad un altro paesano e ad altri pochi, nei pressi di una costruzione in muratura. Quando entrammo scoprimmo che era piena di ogni cosa: casse, lettere c'era di tutto. Approfittai della sosta al riparo per togliermi le “scarpacce” che indossavo. Quando venne il momento di rimetterle mi accorsi che il piede non rientrava più nella scarpa. Nel frattempo entrò un sergente dicendo che di lì a poco avrebbero incendiato tutto per non lasciare i viveri e le munizioni nelle mani dei russi e che, se volevamo salvarci bisognava, uscire da lì al più presto. Nel buio cercammo tra la roba nella speranza di riuscire a trovare un paio di scarpe da poter indossare, improvvisamente la mia mano scorse dei lacci di scarpe. Li tirai, e vennero fuori un paio di scarpe da ufficiale. Indossai quelle scarpe e non mi fermai più! Misi un paio di calzini che mi aveva dato mia madre e prosegui la mia marcia verso la salvezza.

Quindi c'era differenza tra le scarpe dei soldati e quelle degli ufficiali italiani?
Sì!

Rispetto al vestiario dei russi invece?
Quelli avevano i cosiddetti valenchi, delle scarpe che dentro sono rivestite di feltro. Loro avevano i cappotti impellicciati internamente. I russi erano equipaggiati, ma erano equipaggiati bene. Avevano cappelli che coprivano bene anche le orecchie, quando ci imbattevamo su soldati russi morti tentavamo di recuperare qualche indumento se potevamo.

Lei ha mai prelevato qualcosa da un soldato morto?
No, a me salvò quel paio di scarpe! La maggior parte delle volte il problema partiva proprio dai piedi, la gente (i soldati) si sentiva gelare, si sentiva debole e veniva tentata dal desiderio di essere trasportata da un cavallo che si poteva trovare sperso ai bordi della colonna, a quel punto si gelava ed era la fine.

Si è legato in particolar modo a qualche compagno?
Avevo amici del battaglione "L'Aquila" e del "Vicenza".

E questi amici che fine hanno fatto?
Quelli che erano con me si sono salvati, eravamo legati da una slitta per quattro persone. Alcuni erano abruzzesi, ma i nomi non li ricordo, in quei momenti i nomi non avevano importanza. Si campava alla giornata.

Dove trovavate la forza per proseguire?
Non è che si pensasse tanto al domani, si pensava al momento, non c'era la speranza di riuscire, il terrore delle bombe lanciate dagli aerei era costante.

Quindi la paura più grande per lei erano gli aerei? In quei casi che faceva? Cercava riparo da qualche parte?
E dove ti nascondevi? Gli aerei non si abbassavano per cui era impossibile sapere dove sarebbero scese le bombe. Ce ne accorgevamo solo quando se ne andavano, nel momento in cui ci trovavamo a passare sul macello che le bombe avevano fatto sulla nostra colonna. Era impossibile prevederlo prima. Rimanere vivi era questione di fortuna, c'era chi moriva e chi era destinato a proseguire. Ma questo non bastava ci ritrovavamo anche a dover costatare con i nostri occhi dello spreco delle salmerie che i nostri comandi non fecero mai giungere in linea e rimasero a marcire nelle retrovie. Persino l'autocentro era in fiamme, centinaia e centinaia di camion in fumo, interi magazzini di veicoli nuovi, mai utilizzati, venivano bruciati per impedire che i russi se ne appropriassero. In quei momenti servivano solo per scaldarci un po' e lenire il freddo.

Quali armi avevate? Lei che faceva il portaferiti cosa aveva in dotazione?
Una pistola.

E con il freddo funzionava?
La pistola funzionava, sì. Ma chi sparava? Io, i morti, li raccoglievo.

Quando siete usciti dalla sacca?
Una notte verso le 6 del mattino sentimmo in lontananza l'artiglieria italiana che sparava. Piano piano ci accorgemmo che si era aperto un varco. Uscendo però dall'accerchiamento continuavamo a sentire ancora interventi dei russi, forse di partigiani, che man mano indebolivano sempre di più. Ma continuammo ancora per un'altra settimana. Quando siamo usciti dalla sacca ogni battaglione e ogni divisione veniva smistata e raggruppata secondo un preciso ordine ma i tedeschi se n'erano già andati via, non c'era più nessuno. Quelli che erano rimasti trovarono subito i camion dove salire e se qualcuno di noi tentava di aggrapparsi ci picchiavano sulle mani per farci desistere oppure ci sparavano. Così siamo arrivati in un paese, di cui non ricordo il nome, dove siamo rimasti una settimana. Lì cominciava ad arrivare roba di ricambio italiana che però non ci diedero subito perché eravamo pieni di pidocchi. Così ci hanno portato ai confini dove ci fecero spogliare nudi e con un pennello ci cosparsero di calce. In quella occasione ci diedero vestiario nuovo. Mi portarono da una coppia di vecchi dove portarono pasta e altre cose per mangiare. Nelle case dei russi non c'è il camino ma solo un forno. A un certo punto mi ritrovai ad accendere il forno con della paglia impregnata di letame come del resto usavano tutti i russi. Nell'isba c'era una vecchia e una ragazza alle quali tentai, con la mia gavetta e con un paio di scatolette di carne che buttai dentro, di preparare un sughetto per condire della pasta. Avevo cucinato anche per le due donne, ma quando tentai di offrire loro il preparato, non vollero accettare. Probabilmente pensavano che volessi avvelenarle, si mantenevano a debita distanza. Fu così che ci ritrovammo fuori. Pensavamo ormai che la guerra fosse finita ma i comandi ci riportarono di nuovo nei Balcani, sembrava che la guerra non volesse finire mai, finì solo quando ci fu l'armistizio.

Quindi voi siete tornati e la guerra c'era ancora.
Quando ci trasferirono da Vipiteno, a Udine, sentimmo di nuovo i bombardamenti e una gran confusione. La mattina dopo visitammo le tende e le salmerie ma gli ufficiali erano già spariti. A quel punto ci dovemmo svestire della divisa che ci avevano appena fornito per via dei tedeschi. Le abbandonammo e ci recammo per le vie di Udine tra le case della gente comune per cercare di farci dare degli indumenti da civili, chi ci dava una camicia chi un pantalone, chi una maglietta.

Ma come siete ritornati a Pescasseroli?
Principalmente a piedi. Quando ci capitava di prendere un treno stavamo attenti a non restarci sopra quando questo si avvicinava a una città. Ce ne accorgevamo perché il treno rallentava per entrare nelle stazioni. A causa dell'occupazione tedesca, soprattutto nelle città, bisognava assolutamente evitare di farsi trovare sui treni. Per questo motivo scendevamo dai treni e proseguivamo nelle campagne a piedi per superare le città poi cercavamo di nuovo una tradotta per risalirci sopra. Se i tedeschi ci avessero trovati ci avrebbero deportato in Germania.

Lei come faceva a sapere che era meglio scendere e che i tedeschi deportavano i soldati?
Ce lo dissero i macchinisti dei treni. I civili potevano proseguire ma i soldati scendevano tutti. Il viaggio durò fino a Tagliacozzo dove c'erano i tedeschi. Per fortuna mi sono trovato davanti alla stazione per cui scesi subito senza farmi accorgere, avevo vestiti da civile. Da Tagliacozzo facemmo il tragitto a piedi fino a Gioia dei Marsi dove sostammo la notte per ripartire ancora per Gioia Vecchio. I tedeschi erano dappertutto, la guerra che avevamo dovuto sopportare con i tedeschi in Russia non era ancora finita, proseguiva anche qui. La mattina i tedeschi ci facevano fare l'adunata e ci raccoglievano per andare a spalare la neve nei pressi di Scanno. Certe persone di Pescasseroli sapevano quali erano i giovani che erano ritornati dai vari fronti per cui era impossibile nascondersi. Per me la guerra non era finita mai, durò dieci anni. Per fare cosa poi? A cosa è servita questa guerra? Non ho avuto nemmeno una pensione, non me la volevano riconoscere, solo dopo tanti anni di domande e di pratiche riuscii a cavarci qualcosa da quei dieci anni passati al fronte ma gli anni in cui non ne avevo usufruito li ho persi, tiravo avanti con la minima.

Non ha ricevuto medaglie? Una croce di guerra per esempio?
No, non ho mai visto nulla di tutto questo. Il ragionamento è questo: la mia vita è stata disgraziata!
Immagino però che, dopo tante sofferenze passate a causa della guerra, la vita, dopo, per quanto potesse essere dura, doveva sembrarle una passeggiata. La vita a quei tempi era una vita di stenti e di fame qui. Ho ricominciato a fare il muratore, lo scalpellino. Trovammo anche da lavorare a Montecassino, dove rimanemmo due anni per cercare di ricostruire quello che era stato raso al suolo.

Quando è tornato come ha convissuto con il ricordo della guerra?
Il ricordo della guerra mi tormenta ancora adesso. Non potrò mai scordarmi quando cadde una bomba e mi ritrovai vivo tra due commilitoni morti al mio fianco, la bomba colpì loro e io rimasi indenne. Prima che cadessero le bombe invocai la Madonna di Montesanto, fu un miracolo. Continuo ancora a sognarla la guerra, sono sogni che mi “accompagnano” spesso. Quando tornammo qui in paese venivamo guardati male dai genitori dei soldati che non sono tornati, scattava evidentemente una sorta di invidia verso noi che eravamo riusciti a tornare.

Cosa ricorda dell'arrivo in Italia?
Quando siamo rientrati a Vipiteno organizzarono una tradotta molto lunga, della stessa lunghezza della tradotta di quando partimmo ma dentro i vagoni non c'erano che due o tre soldati, ci avevano distribuiti in quel modo per dare l'impressione che il treno fosse pieno. Ci portarono a Vipiteno per trascorrere i giorni di contumacia, molta gente venne lì perché c'erano parecchi soldati della zona di Udine. Il campo di raccolta aveva un recinto di tre metri.

Quanto tempo siete stati in contumacia?
Un mese.

Come si viveva lì dentro?
Lì stavamo bene, eravamo all'ingrasso. Ci davano da mangiare, c'erano i divertimenti. Poi quando ci fecero ripartire ci organizzarono a scaglioni, partimmo a gruppi separati e di notte. La gente continuava a sostare lì nella speranza di avere notizie dei loro congiunti rimasti in Russia. Non c'era concesso uscire, non c'era una libera uscita. Volevano evitare che circolassero notizie, evitare cioè il contatto con la gente del posto che ci pressava per avere notizie dei loro cari.

Ha avuto contatti con soldati che sono ritornati dalla prigionia?
Contatti no, ma ho saputo di una pattuglia di soldati che sono ritornati. Una sera passarono il Don e da lì non tornarono indietro. Quando tornammo in Italia, dopo di noi tornarono anche loro. Probabilmente erano stati fatti prigionieri. I prigionieri erano trattati male, mio padre era stato fatto prigioniero ed era stato deportato a Dachau, la paura più grande era quella, quella di essere fatto prigioniero. Per me camminare nella tormenta, nella neve e al freddo, voleva dire evitare comunque di essere fatto prigioniero.

Da quello che si racconta i soldati italiani catturati di solito venivano risparmiati mentre i tedeschi, molti di loro, venivano spesso abbattuti.
I tedeschi non avevano seminato bene, io provo ancora rancore per i tedeschi. Ne ho rancore! Per loro noi non contavamo assolutamente nulla, loro invece erano sempre “i tedeschi”! Il male che ha fatto Mussolini all'Italia, e il male dell'Italia, è stato quello di allearsi con i tedeschi.

Come si ricorda Mussolini, qual è il ricordo prima della guerra?
Me lo ricordo positivamente quando avevo 17-18 anni. Lavoravamo nell'Agro Pontino, nelle campagne. Si lavorava bene, avevamo persino potuto acquistare una bicicletta, cosa che non avevamo mai visto prima di allora. Chi se la sognava, qui, una bicicletta? Per un certo periodo andava benissimo, poi è arrivata la guerra.

Ma il clima che si trasformava e che faceva presagire un'entrata in guerra come veniva percepito da voi giovani? Molti ragazzi in effetti si arruolavano volontari.
Per noi era diverso, qui a Pescasseroli non ci pensavamo nemmeno, si lavorava e basta. Non c'era tempo per pensare di andare a fare la guerra, non rientrava nel nostro spirito. Se penso ai morti che ho visto in Russia. In Grecia era diverso, anche se faceva freddo ed eravamo sulle montagne non succedeva molto, eravamo al riparo dagli scontri diretti, facevamo una guerra di posizione, niente a che vedere con quella in Russia. Io ero un musicante, con la guerra non c'entravo nulla.

È mai stato ferito?
No! Mi auguravo soltanto di non congelarmi, non ho mai fatto tratti sopra la slitta, semmai mi attaccavo alla slitta per farmi trascinare ma camminavo sempre con le mie gambe. Come ho già detto ho sempre evitato di imbattermi in situazioni che potessero compromettere il fisico. Anche quando c'era l'esigenza di fare i bisogni, bisognava fare una manovra calcolata per evitare il congelamento, in un minuto doveva finire tutto altrimenti il rischio era alto. I russi erano equipaggiati meglio di noi, a vederli sembravano dei bambocci di Natale: cappucci foderati, pastrani con pelliccia, i valenki.

Si ricorda di prigionieri russi catturati dalla sua divisione, dalla Julia?
Me ne ricordo all'inizio, quando siamo arrivati. Quelli che venivano dalla nostra sponda del fiume venivano catturati.

E come li trattavate?
Cercavamo di trattarli bene, ma quelli feriti, a quelli, cosa potevamo farci? I medicinali non li avevamo più, scarseggiavano. Se gli stessi russi avevano in dotazione il kit di medicinali potevamo soccorrerli con quello. Altrimenti non c'era modo, noi non li avevamo in dotazione. Come ho detto eravamo mal equipaggiati, le scarpe se te le levavi non te le riuscivi più a mettere. Con il freddo la scarpe ormai bagnate diventavano rigidissime e non c'era verso di poterle indossare. La scarpa al piede non si sentiva più come un indumento, ma come un ammasso rigido che ricopriva il piede.

Eravate forniti di camion, voi del L'Aquila e della Julia?
Sì, li avevamo come corpo d'armata, non c'erano solo i muli! Il problema è che non sono mai stati adoperati. Spesso si gelavano e più delle volte non venivano inviati nelle linee, quando ci ritirammo fummo costretti a bruciarli, intere file di camion nuovi di fabbrica e mai utilizzati bruciavano nella neve anche per poter riscaldarci dal freddo. La Russia era un territorio immenso, si camminava per settimane senza incontrare nessun paese, c'erano solo granai di tanto in tanto.

A cosa deve il suo ritorno a casa?
Lo devo al destino. Non c'è nessuna bravura né un merito speciale per essere tornati vivi dalla Russia, è solo una questione di fortuna e nulla di più.

Lei è onesto.
La mia bravura semmai è stata quella di camminare, se di bravura si deve parlare, e di capire che mettersi su un cavallo non era una strategia salvifica. Mi ricordo di un sergente maggiore, un paesano nostro, che ebbe la malaugurata idea di provare la carne cruda. Subito dopo gli prese un'enterite intestinale. Lo lasciammo in custodia a una coppia di russi che viveva in un'isba, loro ci si erano affezionati per via del fatto che, rimasti ormai soli, era come prendersi cura del proprio figlio. Al sergente non dicemmo che stavamo andando via per non recargli altro dolore, cercammo di uscire uno alla volta finché non rimase più nessuno. Era ormai congelato. I due russi cercarono di curarlo, ma poi morì in quella capanna. Era uno strazio dover abbandonare un compagno o essere impossibilitati ad aiutare un commilitone che, stremato a terra, ti chiedeva aiuto. Era impossibile prestare loro soccorso. Una cosa però voglio dirla: i russi erano migliori dei tedeschi. Erano più umani. Questi due vecchi così come altri vecchi (erano rimasti solo i vecchi nelle retrovie), ci aiutarono anche a farci superare i principi di congelamento massaggiandoci con dell'acqua i piedi. Mi ricordo che il giorno prima della ritirata avrei dovuto montare di guardia e, quando si montava di guardia, succedeva spesso che si rimanesse congelati. Inizialmente i congelati venivano mandati nelle retrovie, ma poi successe sempre meno e alla fine chi congelava rimaneva lì, senza cure. Io li ho visti negli ospedali da campo. Gli infermieri cospargevano di pomata i piedi dei congelati, non so cosa fosse, se era pomata o altro (pomata anticongelante ndr.). Dopo aver cosparso la parte congelata venivano fasciati ma quando questa fascia veniva rimossa, la pelle e la carne veniva portata via insieme alla fasciatura e l'osso rimaneva scoperto. Quanta sofferenza!

Al termine della chiacchierata il sig. Antonio mi “regala” un incoraggiamento...

É bene che fai questo! Fai bene a fare ciò che stai facendo.


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Note
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(*) Espressione dialettale per indicare “vedersela brutta”.

(1)
L’Italia entrò in guerra il 10 giugno 1940, ma la Julia arrivò in Albania a metà aprile del 1939. Gli albanesi avevano offerto la Corona d’Albania a Vittorio Emanuele III. All’alba del 28 ottobre 1940, dopo che la Grecia ebbe rifiutato un ultimatum improponibile, le nostre truppe varcarono il confine, dando inizio alle operazioni militari contro quella nazione (60 anni dopo, La Julia nel paese delle aquile – Giovanni Marizza).

(2)
Se si tratta del rientro dalla Russia, il mese di agosto è altamente improbabile. I resti della Julia (3.300 uomini circa) partirono da Gomel in tradotta fra il 6 e il 15 marzo 1943, per fare rientro in patria (Julia – tra storia, leggenda e attualità, Giovanni Marizza e Guido Aviani Fulvio).

(3)
Il battaglione comprendeva la Compagnia Comando, la 93a, la 108a e la 143a (compagnie fucilieri), più la 119a compagnia Armi Accompagnamento.

(4)
Il Battaglione L’Aquila, alla partenza per la Russia era composto da 52 ufficiali, 52 sottufficiali, 1752 alpini e aveva in dotazione 35 automezzi (www.anaabruzzi.eu/battaglione-laquila.html).

(5)
Il 14 gennaio 1943 i Russi sfondarono il fronte in corrispondenza del XXIV Corpo d’Armata germanico. Il 15 gennaio i carri armati russi fecero una puntata a Rossosch, sede del Comando di Corpo d’Armata. Il Corpo d’Armata Alpino ricevette l’ordine di ripiegamento il 16 gennaio 1943. Nella notte fra il 16 e il 17 Gennaio anche le ultime retroguardie della Julia lasciarono le linee, per cominciare la marcia verso ovest (Julia – tra storia, leggenda e attualità, Giovanni Marizza e Guido Aviani Fulvio).

(6)
Il cappellano militare del Battaglione L’Aquila era Padre Carlo Poponessi, ma altri sacerdoti prestavano servizio e davano conforto negli ospedali da campo della Julia.

(7)
Il giorno 11 dicembre 1942 i Sovietici attaccarono il fronte nel settore delle Divisioni di fanteria Cosseria e Ravenna. L’intero CdA Alpino rischiava di essere aggirato, quindi il 16 dicembre il Gruppo d’Intervento predisposto (comprendente proprio il Battaglione l’Aquila e alcune batterie alpine) iniziò il movimento su autocarri per raggiungere il settore minacciato. Il giorno seguente, 17 dicembre, tutta la Julia si spostò e il 20 dicembre l’intera Divisione era in linea sulle nuove posizioni, alla destra della Divisione Cuneense (Julia – tra storia, leggenda e attualità, Giovanni Marizza e Guido Aviani Fulvio). Nello schieramento alpino il posto della Julia fu preso dalla Divisione Vicenza, inviata in Russia con soli compiti di presidio e sprovvista di artiglieria.

(8)
Vedi nota 5.

(9)
Si comprende l’amarezza del Sig. Gentile. Ma il pedaggio pagato dagli ufficiali del Battaglione L’Aquila fu drammatico. Dei 52 ufficiali partiti, ne rientrarono solo 3! Gli alpini che riuscirono a tornare in Italia furono 159. Dunque, un tributo altissimo, pagato ancora prima del ripiegamento, da metà dicembre a metà gennaio, quando la Julia dovette lasciare le proprie posizioni per tamponare la falla apertasi più a sud.

(10)
La Tridentina partì dall’Italia il 17 luglio (www.anadomodossola.it) 1942 e, appena giunta al fronte, a fine agosto, fu la prima a entrare in contatto con il nemico, chiamata ad arginare la difficile situazione venutasi a creare nel settore della Divisione Sforzesca, nei dintorni di Jagodnyj. Certo, all’inizio del ripiegamento, era la divisione alpina forse meno provata.