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Introduzione

Il racconto che segue è parte di una bellissima lettera che la sig.ra Idina Guasconi, figlia di Gustavo Guasconi, reduce del 120°, mi inviò insieme a del preziosissimo materiale su suo padre che riguardano la sua esperienza in Russia e che pubblichiamo sul sito. Gran parte dei numeri del Dovunque provengono proprio da questa documentazione.

È doveroso ringraziare la sig.ra Idina per lo sforzo enorme che ha fatto nella ricerca del materiale su suo padre e per la fiducia che mi ha dato nell'inviarmi materiale importantissimo che altri non avrebbero mai inviato. Allo stesso tempo mi scuso per non essere stato celere nella elaborazione e nella pubblicazione delle cose inviatemi, purtroppo (e per fortuna) il materiale era ed è tanto e trovare il tempo per organizzarlo ha richiesto uno sforzo notevole.

Ho avuto modo di parlare diverse volte con la sig.ra ed ho potuto costatare in prima persona quanto sia sentito il dovere della testimonianza rispetto a quella che è stata la vita di suo padre. Una vita fatta di grandi sofferenze perpetratesi lungo tutta la sua vita. Non solo per aver dovuto affrontare la guerra con i suoi rischi ma averne dovuto portare il peso fino a esserne segnato in maniera indelebile, attraverso un accanimento ingiustificabile ed inspiegabile che solo un atto di abbandono, di rinuncia o di fede può indurre alla sua accettazione.
Una vita vissuta con interezza morale anche se l'epilogo può sembrarci inaccettabile, inspiegabile nella sua assurdità e che ci lascia pietrificati.

Questo sito è nato proprio con l'intento di far emergere storie. Storie di "eroi" ma non di quelli epici dei campi di battaglia che possono fregiarsi di medaglie d'oro per aver abbattuto questo o quel carro armato ma piuttosto di uomini che hanno "combattuto", costantemente nel tempo, la propria battaglia con la vita fatta di sofferenze, di gioie e di dolori, di errori e di rivincite, storie di uomini che possono ancora insegnarci qualcosa per migliorare noi stessi prima di pretendere di cambiare gli altri.
E a questi uiomini in carne ed ossa che dobbiamo ancora qualcosa ed è a loro che rivolgiamo la nostra attenzione accendendo i riflettori sulle loro storie minori perchè sono molto spesso un esempio di vita e una guida per molti.

Un grande Grazie ad Idina Guasconi Guasconi
Achille Omar Di Leonardo


 

Mio padre
di Idina Guasconi

 

Parlare di mio padre non è un compito facile, mi procura una grande emozione, un forte senso di inadeguatezza, preferirei farlo a voce ma visto che mi viene chiesto tenterò di sintetizzarla in qualche riga.

Mio padre, Gustavo Guasconi, nasce a Piombino, ridente cittadina in provincia di Livorno, il 13 marzo 1904 da una famiglia di ricchi commercianti di tessuti. Secondo di tre figli, viene mandato in collegio a Torino e sempre nella stessa città frequenta l’Università: facoltà di veterinaria.
In breve però la situazione precipita: tracollo economico, morte di mio nonno e trasferimento a La Spezia dove conosce mia madre.
Si sposano nel piccolo borgo di Bocca di Magra nel comunque di Ameglia, in provincia di La Spezia, l’8 febbraio del 1941, la mattina dopo parte: destinazione fronte russo. Tornerà dopo due anni.
Il rimpatrio fu determinato da un tragico avvenimento che mi accingo a raccontare. Purtroppo non ho testimonianze scritte relative a questo episodio e quindi non posso collocarlo esattamente né nel luogo né nel tempo.
In veste di ufficiale doveva somministrare ai soldati un vaccino mediante un’iniezione.
Questi ultimi avevano avuto sentore che il vaccino fosse avariato e di conseguenza non volevano farlo.
Mio padre ed altri due ufficiali si fecero fare un’iniezione per incoraggiare i soldati, il vaccino era realmente avariato e causò a tutti e tre una grave forma di setticemia.
Fu quindi rimpatriato e ricoverato presso l’ospedale S. Chiara a Pisa. In questo ospedale in condizioni fisiche disperate gli furono effettuate tutte le cure del caso, per tre volte gli fu somministrata l’estrema unzione e infine fu trasferito per volontà di mia madre in un altro luogo (di cui non ricordo il nome) per il sospetto di un imminente bombardamento su Pisa e sull’ospedale, cosa che, in effetti, avvenne. Gli rimasero, tristemente, a testimonianze di questo episodio, due lunghe cicatrici su ambo i fianchi, la cui vista per noi bambine (mia sorella ed io) fu sempre causa di grande turbamento.
In seguito la vita sembrò scorrere per molti anni secondo i canoni della famiglia media italiana di quel periodo: la ricostruzione dopo la guerra, la casa, il lavoro, la famiglia, le figlie da crescere e anche, perché no, cosa che avvenne, la gioia di coccolare i nipotini.
Ma la vita non riserva sempre piacevoli sorprese e mio padre si apprestava a combattere la battaglia più dura della sua vita.
Una terribile malattia, qualcuno dice “aiutata dalla struttura genetica della sua arteria e da un principio di congelamento avuto in Russia”, gli causerà in quasi due anni un’amputazione di entrambi gli arti inferiori: cosa che lo costringerà per ben 17 anni, fino alla sua morte, su una sedia a rotelle.
Anche questa terribile circostanza dimostrò il suo carattere di valoroso combattente quale era.
La famiglia gli fu sempre accanto, mia madre in particolare con grande amore e dedizione, gli amici meno. Pochissimi.
Riuscì comunque a vivere più che dignitosamente: coltivò i suoi interessi (quelli che poteva) leggere, scrivere, studiare mantenendo sempre un invidiabile equilibrio.
A La Spezia, città dove risiedeva, durante l’inverno, non usci mai, quasi si vergognasse del suo fisico così fortemente provato. Al contrario, a Bocca di Magra, dove si trasferiva durante il periodo estivo, amava uscire e conversare con tutti, e tutti gli prestavano grande attenzione, soprattutto i giovani. A loro mostrava orgogliosamente le sue fotografie fatte in Russia, a loro raccontava le sue terribili avventure ed era ascoltato con grande rispetto ed ammirazione, anche quando si accalorava parlando di politica.
Questa fu la sua vita per 17 anni fino a che, dopo un banale intervento di cateratta, deluse le aspettative di riacquistare la vista, ormai compromessa dall’età, decise, rifiutando il cibo, di non voler più vivere.
Ci rivolgemmo ad un suo amico medico, compagno di lotte partigiane, chiedendogli di nutrirlo servendosi di fleboclisi, ma questi si rifiutò e convinse anche noi che questa era la scelta giusta nel rispetto della sua ferrea e lucida volontà.

“È un amico – disse – non è più un uomo giovane (aveva 85 anni) è un uomo provato e stanco, intendo rispettare la sua inderogabile decisione”.

È un diritto riservato a pochi decidere come e quando morire, lui, almeno questo, l’ha avuto.

Idina Guasconi