Intervista a Lino Rizzon
di Fabio Del Forno

Questa breve intervista al cav. uff. Lino Rizzon (reduce di Russia del 120°, sottufficiale del reparto comando deceduto il 20 giugno 2010) è stata realizzata dal nipote Fabio Del Forno nel 2008. Si tratta di una piccola parte dell'intervista dalla quale è nato il libro "Fiocchi di neve" scritto dallo stesso Fabio Del Forno e già recensito su questo sito.

Per approfondimenti e per maggiori dettagli si rimanda alla lettura del libro disponibile on line su www.ilmiolibro.it

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Qual è stato per te il momento più difficile della lunga prigionia in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale?

Senza dubbio quando non riuscivo ad alzarmi in piedi a causa della debolezza e del poco cibo e mi muovevo per terra trascinandomi con le ginocchia ed i gomiti. Un altro momento difficile è stato quando mi ero gonfiato tutto sempre per la malnutrizione ed il colonnello medico russo mi fece fare un bagno con acqua calda. In quel momento mi sembrò di essere colpito da mille aghi acuminati.
Non dimentico poi quando appena catturati dai Russi siamo stati condotti nei campi di prigionia con la tradotta, siamo stati bombardati dagli aerei e nel mio vagone merci siamo sopravvissuti in quattro-cinque soldati su oltre ottanta persone.

Cosa ti ha tenuto in vita in quella situazione?

La Fede, il pensiero di tornare a casa dalla mia promessa sposa ed il conforto datomi dal colonnello medico sul fatto che noi prigionieri italiani saremmo presto tornati a casa.

Quali sono stati gli errori secondo te nella Campagna di Russia condotta dagli italiani e dai tedeschi? Per quello che hai potuto vedere di persona.

È importante premettere "per quello che ho potuto vedere e sentire di persona", visto che non ero io a prendere le decisioni e noi sottufficiali o soldati non venivamo certo consultati prima di un'azione.
Se avessimo superato il Don saremmo riusciti a fare la linea di resistenza sul Volga e là i Russi avrebbero avuto più difficoltà a superare le nostre linee.
Noi poi avremmo potuto far confluire truppe e mezzi a sud, verso l'Africa. Poco prima del nostro ripiegamento e cattura, il generale comandante dell'Armir chiese a Mussolini di far arrivare un'altra divisione corazzata per dare il colpo finale ai russi, il Duce chiese di fare la stessa richiesta a Hitler che rispose che avremmo ricevuto una divisione di quelle dispiegate in Francia. Alla fine arrivò un solo battaglione corazzato, i russi sfondarono le nostre linee e noi del 120° fummo quasi tutti presi prigionieri.

Cosa ti manca di quel periodo? Hai qualche rimpianto?

Avanzando in territorio ucraino e poi russo abbiamo visto con i nostri occhi la povertà della popolazione. Forse se avessimo vinto noi quella gente avrebbe sofferto un po' meno la fame. Voglio chiarire che sono grato agli americani che ci hanno liberato dal fascismo, in quel periodo non eravamo liberi, però se noi o gli Usa fossimo riusciti ad imporre le regole del mercato occidentale in Russia milioni di persone ne avrebbero beneficiato.
Dubito che fosse possibile una situazione peggiore di quella in cui erano da un punto di vista economico, dei generi alimentari e delle medicine.

Come erano considerati gli italiani dalle popolazioni occupate?

Bene, al contrario dei tedeschi. Non ho sentito di massacri di civili ad opera degli italiani, poi nella ritirata i tedeschi presero a maltrattare pure noi.
Quando entravamo in una città il "sindaco" si consegnava e noi gli davamo l'ordine di distribuire il cibo (maiali, patate, ecc....), che era stato nascosto come riserva dalle truppe russe, alla popolazione che era sempre allo stremo e molto povera.

 

 

Per approfondimenti si rimanda al libro "Fiocchi di neve" scritto da Fabio Del Forno