Introduzione

L'allora Sotto Tenente Giuseppe Bassi, ufficiale del I gruppo del 120° Rgt. Art. Mot., scrive una breve storia del reggimento così come conosciuta dalle fonti ufficiali ma filtrate dal ricordo di chi, quelle esperienze, le ha vissute direttamente. Questo testo aggiunge alcuni particolari che la storia ufficiale spesso tralascia.


Ricordando 40 anni dopo
di Giuseppe Bassi


Breve storia del 120° secondo Giuseppe Bassi Sotto Tenente del I gruppo 120° Rgt.Art.Mot.

Nella notte dell'8 febbraio 1942, quant'anni orsono, partiva dal Campo di Marte – Padova – il 120° Regg. Art. Motorizzata con destinazione il fronte russo.
Aveva scritto come motto, sulla bandiera: “Nuove vampe ne la grande fiamma”.

Venne costituito nell'agosto 1941 presso il deposito del 20° Reggimento Art. “Piave” nella Caserma di Riviera San Benedetto, con soldati, quasi tutti, della provincia di Padova.
Dopo un intenso addestramento, nell'ottobre 1941, fu destinato al C.S.I.R. (Corpo di Spedizione Italiano in Russia) che, al comando del Col. Di Janni, raggiungeva sul fronte di Stalino, alla fine del febbraio 1942, entrando a far parte del “Raggruppamento tattico Lombardi”.
All'arrivo in terra di Russia fu glaciale l'impatto per uomini ed automezzi con i 25-30 gradi sottozero della steppa!
Il 120° Reggimento Artiglieria fu schierato alle spalle del 6° Rgt. Bersaglieri che era a quota 331,7 di fronte a Iwanovka e Nikitino, passando alle dipendenze della Divisione “Celere”.
All'inizio delle operazioni estive, il 12 luglio 1942, seguendo il 3° e 6° Rgt. Bersaglieri venne conquistato l'importante centro carbonifero di Krasnij Lutsch.
Durante l'avanzata verso il Don il 30 luglio, il fase di schieramento del 120° Rgt. Art., i russi sferrano un potente attacco con 39 carri armati del tipo T34 che colse di sorpresa il II gruppo del 120° i cui pezzi da 75 furono, 10 su 12, schiacciati dai carri mentre gli artiglieri del I e III gruppo, con calma e sprezzo del pericolo, continuarono a sparare a distanza ravvicinata, sui carri armati in movimento costringendoli, per le perdite subite, a rinunciare allo scontro e a rientrare nelle proprie linee. Sul campo di battaglia rimanevano le carcasse fumanti di ben 14 carri armati russi.
Il 5 agosto, la testa di ponte di Serafimovich, Sul Don, era annullata ed i Bersaglieri del 6° Reggimento con il 120° Artigl. si attestavano sulla riva del Don.
Durante l'improvviso attacco dei carri armati, nel pomeriggio del 30 luglio, veniva ferito gravemente il Comandante del I gruppo del 120°, magg. Piazza e moriva il serg. Castelli di Padova con alcuni artiglieri.
I Caduti di quelle giornate furono sepolti nel cimitero di Karatgisch, all'ombra di una grande croce con la scritta: “Ma i carri armati non passarono”!
Venne nuovamente il freddo inverno, i 25 gradi sottozzero, la neve che copriva tutto e il Don che sembrava un'immensa pista di Ghiaccio, un ostacolo che ora i russi potevano superare con facilità!
Il 17 dicembre il comando russo, impiegando potenti masse corazzate, riesce a sfondare sul fronte della Div. “Celere” stesa come un velo su di un fronte di 50 km .
Il giorno 20 dicembre i russi avevano praticamente chiuso il una sacca le Divisioni: Torino, Pasubio e Celere.
Il 21 dicembre, nei pressi di Meskof, il comandante del 120° Col. Ugo De Simone, bruciava la gloriosa bandiera del 120° Art. per non lasciarla nelle mani del nemico.
In quello stesso giorno nella piana di Popowka, durante uno dei ripetuti assalti all'arma bianca, veniva ferito a morte il Ten. Salvatore Pezzino, Com. della III Btr. che con spirito indomito gridò: “Ritorneremo e ci vendicheremo, artiglieri avanti!”.
Colpito alla gola da una scheggia di mortaio moriva, anche, il Serg. Petracco.
I numerosi caduti di quella giornata videro per l'ultima volta sventolare una bandiera tricolore, tenuta alta da un soldato a cavallo, sembrò un'omaggio ai Caduti, fu invece incitamento ai superstiti che al grido di “Savoia” riuscirono, in ripetuti assalti, ad allargare, momentaneamente, l'accerchiamento, a 25-30° gradi sottozero, e raggiungere il comando della Div. Celefre a Popowka, ma il cerchio si strinse ad Arbosowka (tristemente nota come “la valle della morte) ed il 24 dicembre, all'alba, dopo aver aspramente combattuto, gran parte del Reggimento veniva catturato subendo poi un doloroso calvario fatto di fame, di freddo, di abbandono e di morte che costò la vita a centomila prigionieri italiani.
Per il II gruppo del 120° Art. che, avendo il carburante, si era avventurato nella steppa, per altra via, il ripiegamento procedette nei giorni seguenti sotto l'incalzare rabbioso dei russi finché, il 27 dicembre, esaurita la benzina, furono abbandonati e resi iutilizzabili gli ultimi otto pezzi con i relativi automezzi; così appiedati i resti del reggimento combatterono a fianco dei Bersaglieri della “Colonna Carloni” che raggiunsero il Donez a Forschtadt ponendo fine, il 22 febbraio 1943, ad un'interminabile marcia nella steppa di circa 300 km . Era con loro il Vice comandante del 120° Rgt. Art. Col. Scassellati.
Nei sanguinosi combattimenti, che precedettero la fine di queste tragiche vicende, nel gruppo di combattimento di artiglieri, che fu impegnato nella difesa di Rikowo e di Pawlograd, i 17 febbraio, moriva il Cap. Alari comandante del II gruppo del 120° Rgt. Art.; gli artiglieri superstiti del 120° Rgt. Art. erano ridotti a qualche decina di uomini!
Nei primi mesi del 1943, nelle “marce del Davai” per raggiungere i campi e poi nell'inferno dei lager morirono: il ten. Franco Dalla Fior, il ten. Pietro Pozzo, il ten. Dario Iaracco, il stn. Ciliotta ed il Cap. Casana, comandante del I gruppo, e molti altri.
Allo stendardo dell'eroico Reggimento fu conferita la medaglia d'argento; ed oggi esso rivive, nel ricordo delle “Nuove vampe...” a Palmanova come Gruppo di Artiglieria da campagna semovente “Po”.

Giuseppe Bass