A proposito di Mario Rigoni Stern
di Franz Falanga

Foto: Adriano Tomba/Valdagno - copyright 2005

Foto: Adriano Tomba/Valdagno - copyright 2005
[...] la terra, l'aria, l'acqua, non hanno padroni ma sono [...]
di chi sa farsi terra aria acqua e sentirsi parte di tutto il creato.


Il racconto "a proposito Mario Rigoni Stern", scritto da Franz Falanga, architetto pugliese, nonchè mio (ex) prof di “Elementi e architettura urbanistica” quando insegnava a Bari, è il ritratto di un uomo in pace con gli uomini ma soprattuto un'anima in simbiosi perfetta con la natura..

In molti conoscono gli scritti di Rigoni Stern ma non tutti hanno avuto l'opportunità di conoscerlo di persona. Questo ritratto ci offre dunque un punto di vista diretto dove Franz Falanga descrive l'incontro con l'uomo e il reduce del fronte russo. Quando Franz ci propone un brano tratto da "Nel bosco degli Urogalli", si arrende a ogni tipo di commento di fronte a quello scrivere dove le parole diventano pura poesia e docile suono per le orecchie capaci di arrivare dritti all'anima senza bisogno di mediazione.

Un caro ringraziamento al prof per questo frammento di vita che ha voluto condividere con i lettori del sito.

Omar


Biografia

Questa è la biografia scritta da lui "Franz Falanga, architetto, nato a Bari vive in Veneto." e questa che segue ve la racconto io...

Bibliografia di Franz Falanga


* * *

Ho conosciuto Mario Rigoni Stern negli anni settanta. Mi trovavo sull'altopiano di Asiago, luogo magico e incantevole per me, per mie particolari ragioni legate alla montagna e a certe maniere di considerare la vita. Gli telefonai, e mi presentai  dicendogli che mi sarebbe piaciuto conoscerlo di persona. Rigoni Stern fu gentilissimo e mi disse che sì potevo andarlo a trovare il primo pomeriggio alle ore quattordici e ventitre, prima aveva una intervista con la Rai e alle quattro aveva  un suo traduttore che era venuto a trovarlo ad Asiago. Alle quattordici e ventitré mi aveva detto e alle quattordici e ventitré  ero dietro la porta della casa di Mario Rigoni Stern, sul limitare del bosco, sotto, in linea d'aria a qualche centinaio di metri il campo d'aviazione di Asiago dedicato al volo a vela. Di fronte vidi che ci abitava il regista Ermanno Olmi.

L'accoglienza fu di grande cortesia e dolcezza, negli anni settanta Rigoni Stern era un gran bel signore di circa cinquantacinque anni, dal fisico asciutto e robusto, con una bella barba brizzolata e con gli occhi più buoni e dolci che abbia mai visto. Mi disse subito, quasi fossi un suo vecchio amico,  che la mattina aveva visto passare da sopra casa sua due corvi reali, non è che se ne vedessero tutti i giorni, il loro grido è simile ad un pruk pruk, e volavano alti in direzione della valli del Pasubio,  e poi mi mostrò la casa da dentro e da fuori facendomela girare tutt'intorno all'esterno e facendomi notare che quello di casa sua era il vero colore delle case dell'altopiano di Asiago, un color ocra particolare.  Restai stupefatto perché una gazza scese giù e si fece carezzare da lui, e lui le parlava, ehilà vieni qui da Mario. Ed io negli anni seguenti non sono mai riuscito ad avvicinarmi ad una gazza a meni di trenta metri, scappavano via tutte. Sarà. Poi mi parlò della sua guerra di Russia e di tutto quello che i soldati italiani avevano patito in quell'inferno invernale. Poi mi chiese notizie della vita culturale a Bari, ricordo che mi chiese di Tommaso Fiore. La cosa che più mi lasciò stupefatto fu di come in pochissimi secondi mi mise completamente a mio agio, facendomi sentire come se fossi un suo antico amico di vecchia data che era andato a trovarlo dopo tanti anni. E riprendendo a parlarmi della Russia mi raccontò un fatto stupefacentemente vero, che credo poi abbia descritto in qualche suo romanzo. Durante la ritirata era stato inviato dal suo tenente, allora Rigoni Stern era sergente maggiore degli alpini, a dare una rapida occhiata nelle isbe, ormai quasi tutte abbandonate dai contadini russi,  per vedere se riusciva a trovare qualche cosa da mangiare, qualche coperta, qualche cassetta di munizioni. Mentre stava procedendo nella sua ispezione, Rigoni Stern entrò con in mano il fucile in un'isba e si trovò davanti una tavola dove stavano sedute due persone anziane un uomo e una donna e con loro era seduto un soldato dell'Armata Rossa. Stavano mangiando patate lesse, cinque o sei patate lesse in una zuppiera al centro del tavolo. Rigoni Sterni restò di ghiaccio, il vecchio gli fece cenno con una mano di sedersi con loro, Rigoni Stern appoggiò il fucile alla porta e si sedette a tavola. Mangiarono in silenzio una patata lessa a testa. Poi Mario Rigoni Stern si avviò verso l'uscio, prese il fucile, spasibo, dasvidania, grazie arrivederci e andò via. Nessuno dei tre disse una parola, solo la signora anziana lo guardò con occhi tristissimi.

Potrei terminare qui, ma non me la sento, vorrei far partecipi i miei quattro lettori di una della cose più belle che secondo me Mario Rigoni Stern abbia mai scritto. Nel Bosco degli Urogalli edito da Einaudi, Rigoni descrive una sua mattina  di autunno sull'altopiano  in cui era partito presto su per la montagna per andare a caccia di un urogallo che lo scrittore stava braccando da molto tempo. Va detto che quando quell'anno se lo trovò davanti la canna del fucile non gli sparò, ebbe una ammirazione profonda per quel bellissimo e fiero abitante dei boschi che lo aveva fatto penare sull'altopiano per tanto tempo. Altri tempi, altre persone. Ma torniamo alla descrizione di quella mattina che vi riporto qui di seguito senza nessun mio commento che sarebbe superfluo, assolutamente superfluo, oltre che inutile.

La cagna continuava il suo avanti e indietro e si sentiva l'ansimare che faceva nella corsa. Laggiù, oltre la valle, dove i monti si aprivano verso la pianura, si affacciò la prima luce dell'alba. Sentì il primo alito del giorno sul viso accaldato e un pettirosso frullò pigolando da un cespuglio. Quando fu luce abbastanza e il primo sole illuminava le nevi delle vette verso l'Austria, era sul luogo di caccia. Spezzò dei rami d'abete, li posò su un sasso e si sedette sopra. Aprì il fucile e lo posò sulle ginocchia. L'umidità della notte aveva formato una piccola macchia di ruggine su una canna e la grattò via accuratamente con l'unghia. La cagna aveva cominciato ad annusare nei dintorni, la chiamò vicino, e levato dalla tasca un pezzo di pane e uno di formaggio si mise a mangiare lentamente tagliando il pane a fette con il coltello. Restando fermo sentì il sudore raffreddarsi ed allora per fumare una sigaretta si alzò in piedi. Era inutile anche a non pensarci, a non guardare: era sempre così. Quelle mattine sul finire dell'autunno sempre uguali e sempre nuove: le vette lontane con la neve e il sole, il bosco freddo e in ombra la valle in  basso con i pascoli coperti di brina lucente, i larici gialli e contorti, sulle rupi, lo scagnare dei segugi lontani e il canto frettoloso e breve degli uccelli di passo, il fumo della sigaretta e tutto il resto con lui in quel posto. E lui più padrone di tutti i padroni del mondo messi insieme; chè nessuno comandava e neanche lui, ma ogni cosa era più sua di ogni altro perchè la terra, l'aria, l'acqua, non hanno padroni ma sono di tutti gli uomini o meglio di chi sa farsi terra aria acqua e sentirsi parte di tutto il creato.


Franz Falanga